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“Caffè Paradiso”. Nel nuovo libro di Massimiliano Gioni i retroscena della Biennale Arte.

 

La Biennale Arte di Venezia è attesa come l’arrivo del Messia dagli addetti ai lavori dell’arte, salvo poi diventare, nel brevissimo tempo dell’inaugurazione, la vituperata mostra che colleziona critiche e lodi. Ovviamente non sfugge a questo tragico destino neanche quella di quest’anno di cui il “Giornale dell’arte” nei giorni scorsi ha pubblicato sui social una carrellata di “in” e “out” davvero interessante, soprattutto poiché tra gli “out” sono incluse delle opere che lasciano lo spettatore perlomeno dubbioso.  Non siamo del tutto sicuri quindi  che l’intento di Adriano Pedrosa, direttore della Biennale 2024, sia stato completamente compreso dal pubblico, malgrado la sua  preparazione  sia avvenuta  con grande sensibilità, cercando di introdurre e legare tra loro nello stesso concept  parole come stranieri e queer.

“Caffè Paradiso” è il nome del bar che si trova all’ingresso dei Giardini della Biennale e che accoglie tutti gli incontri importanti tra artisti, curatori e organizzatori, sia prima del varo della kermesse veneziana, sia durante il suo svolgimento.  Ed è proprio da questo luogo mitico, che prende spunto la storia narrata da Massimiliano Gioni nel suo ultimo libro. Dedicato a Germano Celant, con cui Gioni aveva scambiato idee sul progetto, prima della scomparsa del famoso curatore durante l’epidemia Covid del 2020, esso raccoglie interessanti interviste di curatori come Jean Clair, Daniel Birnbaum, Cecilia Alemani, Harald Szeemann e Adriano Pedrosa.

L’aspetto più significativo messo in luce  dal libro, che spesso sfugge al grande pubblico, attratto maggiormente dal titolo della Biennale  o dalla presenza di artisti a volte sconosciuti ai più, è il fatto che questo Leviatano dalle proporzioni enormi venga organizzato sempre in pochissimo tempo, con stanziamenti risicati che costringono gli organizzatori a doppi salti mortali con avvitamento per concludere in tempo e bene i loro progetti. Ciò può comportare quindi, come accadde allo stesso Gioni durante la Biennale di cui era direttore, di dover curare personalmente  la pulizia dei luoghi, in quanto il suo padiglione temporaneo, nato da un’idea di Francesco Bonami, non essendo nè nazionale,  nè facente parte di quello centrale, essendo quindi “extraterritoriale”, non era stato pulito da nessuno. Certo che a fronte di tali disagi il direttore può anche avvalersi di privilegi notevoli come quello di avere un motoscafo a sua disposizione per spostarsi liberamente da un luogo all’altro, oppure, può disporre di un benefit ancora più ambito come quello di poter vagare con la bicicletta, prima dell’apertura della mostra al pubblico, tra i vari padiglioni, riproducendo nel nostro immaginario una sorta di veduta alternativa dei luoghi e delle opere, come quella proposta da Nanni Moretti in “Caro Diario” per le vie di Roma. Che invidia!

Elemento ancora più rilevante del libro è quello di analizzare le motivazioni che hanno portato i vari direttori a scegliere i loro titoli e le connessioni artistiche ed intellettuali che si potevano quindi scorgere al loro interno. Si scoprono così degli aspetti peculiari di ciascuna edizione, che spesso neanche le didascaliche summe diffuse dalla stampa  sono riuscite ad evidenziare e  che invece rappresentano una fonte di approfondimento corposa.

Dalle considerazioni di Jean Clair, ad esempio, che risponde seccamente alle domande di Gioni, si evince come la sua Biennale, che prendeva spunto dal tema “ alterità/ identità”, avesse un background profondo già intessuto nella mostra epica “Les réalismes” che Clair aveva curato per il Centre Pompidou e di cui,  in occasione della manifestazione veneziana, era riuscito ad ampliare la portata, indagando ambiti inesplorati nella mostra precedente. Clair, studioso di fama mondiale, non ha mai nascosto la sua repulsione nei confronti del rapporto tra mercato e sistema dell’arte, e per questo suo orientamento siamo portati ad empatizzare con lui  a priori,   per quanto egli rappresenti solo  uno dei tanti  curatori citati da Gioni ad aver accresciuto la portata culturale della Biennale. Certamente non il solo. Herman Szeemann ad esempio, con il suo approdo alla kermesse veneziana, introdusse il ruolo di curatore indipendente, colui che attraverso il proprio lavoro poteva esprimere il desiderio di una società nuova,  una sorta di curatore engagé, libero dai condizionamenti del mercato. E fu proprio nella sua Biennale che Tino Sehgal eseguì una performance in cui, dopo aver ballato nudo, urinò sul pavimento. Quale libertà di espressione maggiore poteva immaginarsi in un ambito artistico globalizzato, come quello da egli stesso intuito e messo in pratica già dal 1999?!

Massimiliano Gioni e  Cecilia Alemani, una delle quattro direttrici  della Biennale in centoventisette  anni di storia, legati nel lavoro e nella vita, sono  usciti entrambi dalla scuola curatoriale di Francesco Bonami, l’enfant terrible dell’arte internazionale e predittivo interprete  delle tendenze innovative dell’arte. La Biennale di Bonami dal titolo “Sogni e Conflitti. La dittatura dello spettatore”, introduceva concetti e strutture nuove. All’Arsenale era stata progettata una mostra dal titolo “Clandestini” per descrivere la metafora degli artisti i cui lavori dovevano essere intesi al di là di qualunque identità geografica. Il titolo ha un’ evidente connessione  con “Stranieri ovunque” ( 2024) il motto “disturbante”, come lo descrive Pedrosa stesso nella sua intervista,  che pone invece l’accento sulla condanna  al razzismo e alla xenofobia. 

 

La Biennale di Bonami  evidenzia in maniera chiarissima quanto sia stato proiettato al futuro lo sguardo del suo direttore, munifico in tutto tanto da pensare di finanziare di tasca propria un evento collaterale alla Biennale di quell’anno (1995), salvo poi essere sponsorizzato in fase terminale del progetto da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, con la quale iniziò una collaborazione ultraventennale. Nonostante l’apertura mentale di Bonami, il tema politico toccato in questa kermesse aveva origini precedenti . Già nel 1993, la mostra di  Achille Bonito Oliva aveva  fatto entrare la politica a gamba tesa nell’arte. Bonito Oliva aveva infatti tolto un padiglione alla Serbia di Milosevic, ed anche se il connotato  di  questa azione espoliativa  rientrava nel modo di porsi del suo ideatore, un po’ sui generis  visto che i padiglioni erano affidati ai singoli stati, la sua proposta venne accettata ugualmente e nello stesso padiglione venne organizzato una mostra di autori vari. Bonito Oliva si spese inoltre affinché durante  il suo mandato fosse conferito un padiglione anche alla Corea del Sud, cosa che avvenne nel 1995, anno della direzione Bonami.

“Il palazzo enciclopedico” era il nome dato da Gioni alla sua Biennale, e di tale titolo se ne intravede l’eredità in questo libro. Caffè Paradiso è scritto con umiltà e competenza, ma soprattutto ha il merito assoluto, di illustrare tutto il dietro le quinte di una delle mostre d’arte più attese, sviscerando le riflessioni dei protagonisti ed arricchendo il bagaglio culturale dei neofiti come degli addetti ai lavori. Leggendo il libro aneddoti e riferimenti a mostre storiche o testi cult in ambito artistico, di notevole portata culturale, si susseguono, e gli stimoli agli approfondimenti, anche dopo la lettura del libro, rimangono un elemento di grande qualità del testo ed imprescindibile suggerimento di esplorazione individuale.

Caffè Paradiso – Massimiliano Gioni – Johan & Levi – Libro Johan & Levi Editore

 

Caffè Paradiso: nel nuovo libro di Massimiliano Gioni i retroscena della Biennale Arte

 

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Le “Macchine inutili” di Yuko Mohri

Pavilion of JAPAN: Yuko Mohri, “Compose”, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, photo by: Matteo de Mayda, courtesy: La Biennale di Venezia

Le “Macchine inutili” di Yuko Mohri

Viaggio nell’uso alternativo di oggetti inaspettati del Padiglione giapponese della Biennale arte 2024

 

La Biennale 2024 intitolata “Stranieri Ovunque”, dal motto impresso nelle sculture al neon dell’artista Claire Fontaine, disseminate nel Padiglione Centrale, è aperta ormai da alcuni giorni. I mezzi di informazione sono inondati dal pensiero di ciascun addetto ai lavori o semplice amante dell’arte, relativo al valore delle opere in mostra, all’opportunità di esporle in quella sede, finanche alle valutazioni sulle performance e video che hanno supportato i vari padiglioni. In questo ambito così multiforme ed eterogeneo, ci siamo soffermati nell’analisi del Padiglione Giapponese, rappresentato quest’anno dall’artista Yuko Mohri, le cui installazioni ricomprese nel titolo Moré Moré , sono state affidate alla disposizione in loco dalla curatrice coreana Sook-Kyung Lee. La Mohri non è una presenza occasionale in Italia, tanto che già nel 2022 fu una degli artisti partecipanti al “Japan . Body_ Perform_Live”  presso il Pac di Milano, in cui l’installazione site specific Moré Moré occupava tutto il piano prospicente l’immensa vetrata del padiglione, attribuendo ai giochi d’acqua ed ai suoni dell’installazione, una profondità ed una luminosità traslucente.

Nel padiglione della Biennale 2024 l’opera della Mohri è rappresentata da una versione più articolata di quella già vista in precedenza e dall’omonimo titolo, il cui allestimento, così come l’aggiunta di elementi originali che la compongono, ne amplificano notevolmente il risultato finale.

E’ la prima volta che una curatrice straniera  viene invitata ad occuparsi del padiglione giapponese, ma la scelta non poteva non cadere su Sook-Kyung Lee sia per il fatto che quest’ultima aveva già curato l’attività espositiva degli artisti coreani nella Biennale del 2015, sia per il fatto che la sua collaborazione con la Mohri era osmoticamente prevedibile per l’esperienza della Biennale. Non solo  il padiglione Giapponese e quello Coreano sono infatti  adiacenti uno all’altro, ma è stata proprio Sook-Kyung Lee a presentare Koo Jeong, l’artista coreano attualmente in mostra presso il Padiglione della Corea, a Yuko Mohri, cogliendo fin dall’inizio delle sinergie alchemiche tra le opere dei due artisti.

Le opere della Mohri elaborano il concetto primario di “oggetto” con un’accezione molto simile a quella utilizzata dai surrealisti e dadaisti. Attraverso il suo operato artigianale, ella imprime un cambiamento di funzione alle sue installazioni, arrivando a collocarle, con un ruolo completamente differente, nel tempo e nello spazio. L’opera di Yuko Mohri è particolarmente proiettata a mostrare quale sia la connessione imprevedibile tra suono, rumore e movimento. I tre elementi vengono prodotti artigianalmente dall’artista stessa, utilizzando oggetti di riuso quotidiano come ombrelli, contenitori in plastica, tubi o mobili in legno, cercando di indagare lo spazio occupato dagli stessi, anche in relazione allo spostamento che il movimento imprime loro. In questa trasformazione quindi, l’oggetto acquisisce un’ambivalenza di funzione, sfuggendo all’oggettivazione da esso rappresentata nell’accezione diffusa, ed acquisendo invece una funzione differente del tutto strumentale a raggiungere la finalità perseguita dall’artista. In questo senso, l’uso di ombrelli rovesciati che convogliano flussi di acqua prodotti dal macchinario principe dell’installazione stessa,  portano, alla fine del passaggio  dell’acqua da essi convogliati, a relativizzare il ruolo fisico dell’ombrello e a renderlo invece una sorta di amplificatore del suono che si produce alla fine del percorso. Nella stessa direzione  può essere interpretata anche una parte dell’installazione (Decomposition)  in cui alcuni elettrodi collegati tra loro, vengono infilati nella  frutta di stagione esposa, e man mano che la loro decomposizione avanza,  l’umidità sprigionata dagli alimenti, produce impulsi elettrici di entità differente, tramutandosi in suoni e colori più o meno tenui, dovuti al processo di deperimento del cibo utilizzato. Tutta l’opera della Mohri è ispirata agli espedienti utilizzati nella metropolitana di Tokyo per sconfiggere le perdite di acqua, attraverso il riciclaggio di oggetti comuni, ma in quest’ utilizzo alternativo dei  prodotti si inserisce anche una critica alla società del consumo unitamente all’invito alla conservazione, anche in un’ottica fortemente protettiva dell’ambiente in cui viviamo. L’arte ricombinatoria degli oggetti  utilizzata da Yuko Mohri all’interno del padiglione Giapponese della Biennale ci ricorda l’opera acutissima di Bruno Munari.  Quel sistema architettonicamente perfetto incarnato ad esempio da “ La macchina aritmica” del 1951 è l’esatta concezione di come una forma, utilizzata in modo creativo nello spazio, possa conferire una percezione completamente differente allo spettatore e perciò di come, i dogmi o preconcetti di qualunque tipo, siano sovvertibili solo guardando la questione da un punto di vista differente.

 

Biennale di Venezia  – Arte

Padiglione Giappone

Moré Moré

Yuko Mohri

a cura di Sook-Kyung Lee 

Giardini

dal 20/4/2024 al 30/9/2024

Pubblicato su Juliet Art Magazine

Le “Macchine inutili” di Yuko Mohri al Padiglione giapponese della Biennale Arte 2024: un viaggio nell’uso alternativo di oggetti inaspettati

 

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ANNIE ERNAUX & LA PHOTOGRAPHIE – MEP PARIS

 

Dolorès Marat, “La femme aux gants”, 1987. Tirage pigmentaire Fresson, Collection MEP, Paris, acquis en 2006. © Dolorès Marat

DIARIO DELLA PERIFERIA 

ANNIE ERNAUX & LA PHOTOGRAPHIE 

Racconto per immagini e parole tratto dalle opere del premio Nobel per la letteratura Annie Ernaux e dalle immagini dell’archivio del Mep di Parigi.

 

Il fil rouge che lega brillantemente le frasi tratte dal libro “Journal de dehors” del premio Nobel per la letteratura Annie  Ernaux e le immagini, provenienti dalla collezione permanente del Mep, è stato  rintracciato con grande sensibilità  dalla curatrice e scrittrice Lou Stoppard nella mostra “Extérieurs. Annie Ernaux & la Photographie” in mostra al Mep Paris fino al 26/5/2024.

Durante la sua residenza al Mep infatti,  riguardando continuamente  le foto dell’eccellente archivio che il museo vanta, la Stoppard, anch’ella estimatrice della Ernaux, non ha potuto non notare una certa corrispondenza tra le parole e le immagini dei due medium. In quel periodo la Stoppard viaggiava spesso in metropolitana e non faceva che vedere libri della Ernaux letti da giovani trentenni, come se essi fossero accomunati dalla condivisione di un un manifesto comune, di cui la scrittrice era divenuta la portabandiera. I libri della Ernaux traboccano di spunti relativi all’amore, al sesso, alla liberazione personale della donna e all’aborto, ma in questa raccolta lo sguardo della scrittrice è particolarmente attratto dal vivere quotidiano, dalle sue piccole stonature, dai fallimenti giornalieri, da frammenti di felicità. Lou Stoppard leggendo Annie Ernaux si immedesima nella ricerca della scrittrice. C’erano vari punti in comune tra le due e la giovinezza della Ernaux nei dintorni di Cergy-Pontoise non era poi così diversa da quella della curatrice cresciuta a Milton Keynes, una piccola cittadina a nord di Londra. Forse il milieu parigino dell’agglomerato urbano di Cergy-Pontoise era più austero ed architettonicamente elegante rispetto a quello di Milton Keynes, cittadina dalle vie ortogonali costruita negli anni ‘60 per accogliere l’aumento repentino della popolazione londinese dell’epoca, studiata nei testi di architettura come forma virtuosa di città sostenibile. Ma al di là dell’aspetto architettonico della questione, le due vite si assomigliavano notevolmente  e questo ha permesso alla Stoppard, anche a seguito di conversazioni dirette con la scrittrice, di poter rintracciare una chiave interpretativa delle sue frasi, traducendole in immagini. La mostra si snoda attraverso un serie di brani, sintetici e immaginifici, accostati a fotografie che descrivono perfettamente l’ambiente urbano, oggetto delle riflessioni della Ernaux. L’elemento significativo della mostra e che rende la narrazione del fotoreportage assolutamente credibile, fisiologica ed affabulante, è la capacità di accostare fotografi di più disparata provenienza, ai brani tratti dal libro. Non solo le foto scelte a volte rappresentano esse stesse delle eccezioni rispetto alla produzione classica dei fotografi che le hanno scattate, ma esse si accordano perfettamente ai brani e alla loro brevità. E’ impossibile non notare come l’essenzialità delle immagini di Garry  Winogrand ( San Marcos , Texas 1964), il cui lavoro è accostato nell’immaginario comune ai fasti della Hollywood degli anni ‘50, abbia qui un taglio eccezionalmente sobrio e perfettamente aderente ai brani scelti. Così come le foto descrittive del caos urbano del fotografo Mohamed Bourouissa (L’impasse, 2007) si adagino perfettamente su concetti come alienazione e degrado, di cui la città pullula. La scelta semantica dei testi del libro, come dichiara la scrittrice stessa durante una lunga intervista concessa a Geraldine Mosna-Savoye per la puntata della trasmissione “Les midis de culture” è stata quella di cercare di togliere più parole possibili ai brani,  per rendere i testi asciutti e minimali. L’oggetto delle annotazioni prese dalla Ernaux durante la vita di tutti i giorni, soprattutto in luoghi pubblici, le hanno permesso di sfruttare pienamente l’anonimato che i luoghi le conferivano e di annotare esattamente le scene che facevano scaturire in lei riflessioni o rimandi a momenti correlati al suo  vissuto. 

Particolarmente riuscito è inoltre l’accostamento della tematica della mostra alle immagini della fotografa Dolorès Marat soprattutto per ciò che riguarda l’immagine simbolo della mostra stessa ( La Femmes aux gants, 1987), in cui una elegante donna, dall’inconfondibile charme francese, viene ritratta nella scala mobile. Il viso è parzialmente visibile, i colori sono opachi e sfumati. L’opera di Marat si pone in questo racconto visivo con particolare aderenza al tema. Anche la Marat, proveniente da una famiglia di umili origini, non ha trovato come la Ernaux un ambiente fecondo alla propria costruzione intellettuale. Quando la piccola Dolores dichiara infatti alla madre di voler diventare fotografa, viene immediatamente smentita, asserendo che lei diventerà una sarta. Questa profezia porterà la Marat a dedicarsi alla fotografia solo dopo i quarant’anni, attendendo che i suoi figli diventino grandi. Tuttavia la maturità alla quale giunge, prima di dedicarsi interamente e brillantemente all’attività di fotografa, rappresenta sicuramente un atout, permettendole di elaborare uno stile inconfondibile, mai banale in cui la ricercatezza è riscontrabile sia nelle tonalità intense e sfuocate delle sue immagini, sia nei soggetti minimali ed evocativi. Così come Annie Ernaux prediligeva l’anonimato dei luoghi pubblici e trafficati, anche Marat approfittava dei colori della notte per scattare liberamente, adorando la grana grande delle sue foto, la texture porosa ed i rossi, gli arancioni e blu portati alla saturazione.

“Tutte le immagini scompariranno” è l’incipit del libro “Gli anni” di Annie Ernaux, uno dei libri più amati dal pubblico della scrittrice e che introduce da subito un legame speciale tra la parola e la fotografia. Eppure guardando le immagini della mostra e il racconto ad esse accostato, si ha la percezione esatta, che invece non scompariranno mai.

 

Extérieurs. Annie Ernaux & la Photographie.

 

dal 28/2/2024 al 26/5/2024

a cura di Lou Stoppard 

Mep Paris

Pubblicato su ww.julietartmagazine.com

Diario di periferia: le immagini dell’archivio del Mep di Parigi incontrano le parole del premio Nobel per la letteratura Annie Ernaux

 

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Le avventure di Guillermina e Belinda Alessandra Sanguinetti

 

Le gemelle diverse

Il racconto per  immagini delle avventure di Guillermina e Belinda.

 

Le foto appaiono vivide e colme di colori intensi, incorniciate da uno sfondo azzurro che amplifica la potenza delle immagini. La narrazione della vita delle protagoniste, scorre dinanzi ai nostri occhi, come in un film magnetico da cui non riusciamo a distogliere lo sguardo. Ogni foto evidenzia un aspetto originale di questo racconto, essenziale nelle ambientazioni, ma di una potenza incredibile. La maggiore intensità percepibile risiede nel fatto che pur essendo un reportage della fine del secolo scorso, la modernità del suo architrave è del tutto contemporanea.

Tale aspetto per non essendo  affatto scontato nella maggior parte del lavori fotografici di analogo taglio , costituisce invece  la caratteristica principale dell’attività di  Alessandra Sanguinetti, nota fotoreporter, appartenente all’Agenzia Magnum dal 2007, ed impegnata in un’attività di documentazione iconografica del presente.

Il focus della mostra “Les Aventures de Guille et Belinda” presente alla Fondation Henri Cartier – Bresson fino al 19 maggio 2024, rientra in questa visione del mondo della fotografa ed è incentrato nel  mettere a fuoco la vita di due amiche, che condividono gli spazi selvaggi di una fattoria in Argentina, documentando il passare del tempo sui loro volti e i loro corpi. 

Le due ragazze vengono ritratte in momenti della loro quotidianità, ma essendo il lavoro della Sanguinetti protrattosi per vari anni, spesso l’ambiente selvaggio e naturale viene arricchito da set studiati dalla fotografa, per darne movimento e spessore,  riuscendo a produrre immagini che strizzano l’occhio ad iconografie dell’arte classica. In “The Ophelias” 2002 , ad esempio,  Guillermina  e Belinda vengono ritratte galleggianti a pelo d’acqua, con vestiti che si abbinano alle sfumature dell’azzurro in cui sono immerse, tenendo in mano dei fiori di campo colorati. L’immagine, che ha un palese riferimento al quadro del pittore preraffaellita John Everett Millais, nel complesso rende il senso della fluttuazione essendo esteticamente armonica e potente, sebbene la messa in scena conferisca una dimensione assolutamente terrena allo scatto, rispetto a quella del  quadro. 

Guille e Belinda non sono estranee per la Sanguinetti, la quale,  pur essendo nata a New York, ha vissuto a lungo con la sua famiglia in un ranch in Argentina, molto simile a quello che descrive nelle sue fotografie. I giochi delle due muse, erano fin da bambine allietate dalla presenza di Alessandra, che in compagnia della sua macchina fotografica, condivideva l’amore per gli animali di Juana,  nonna delle due protagoniste ed immortalava senza sosta le sue nipoti e la loro fattoria . Fin da subito quindi la documentazione del vivere quotidiano, i sentimenti delle due cugine, ma anche il passare del tempo, la femminilità che cambia e la vita  che scorre con i suoi elementi caratteristici, sono state le spontanee tematiche approfondite della fotografa. Inizialmente con uno sguardo naif, perseguito successivamente  con maggior rigore, scegliendo di abbandonare l’iniziale carriera da antropologa, per frequentare l’Icp di New York e trasferirsi in seguito a San Francisco.   Le foto della mostra si susseguono  in una cronologia cromatica dai toni intensi. Le ambientazioni esprimono prepotentemente il loro ruolo, illustrando una pampas rigogliosa e impervia che ingloba ed accoglie i giochi delle due ragazzine. Il focus del lavoro della Sanguinetti è però ontologicamente più complesso e profondo, se lo si osserva con attenzione. Innanzitutto la terra di Argentina conosciuta nell’immaginario comune per il suo territorio selvaggio, per le immense distese sconfinate, per i gauchos e la loro vita da rancheri, non era mai stata legata all’immagine femminile. In questo caso invece Guille e Belinda rappresentano l’altra faccia della stessa medaglia. I loro giochi semplici, avvengono proprio nello stesso ambiente che era sempre stato attribuito all’ appannaggio maschile, certe volte scimmiottando anche il machismo tipico, decostruendone l’archetipo. Nel complesso il lavoro della Sanguinetti evoca alla memoria le foto di famiglia di coloro che cresciuti nelle stesse epoche o magari qualche anno prima, hanno vissuto in un ambiente naturale e privo di stimoli sofisticati, in cui il rapporto immediato con gli animali, il travestirsi con gli abiti dei grandi, i gioco di ruolo o semplicemente il bagno in un ruscello incontaminato, era all’ordine del giorno, espressione del divertimento puro. In quest’ottica innovativa e moderna, anche il corpo delle due ragazze ed il loro cambiamento attraverso le epoche, assume una notevole rilevanza. Non è secondario osservare come in un’epoca, assolutamente lontana dal body positivity e dalle campagne moderne volte all’accettazione dei corpi, non sempre conformi al giudizio comune, l’effigie delle due cugine, esteticamente  molto diverse tra loro, non solo non appare fuori contesto, ma sembra assolutamente fisiologica all’ambiente e al racconto delle immagini, consentendo alla fisicità di assumere quella forma che spesso ha perso nelle foto patinate a cui siamo abituati. La spontaneità delle protagoniste buca lo schermo, la loro sicurezza e gioia si diffonde in noi, guardandole prive di condizionamenti esterni, anche quando i loro corpi affrontano i cambiamenti di ogni donna, come la gravidanza o la maternità, vissuti talvolta in maniera controversa nell’epoca contemporanea. Col passare del tempo anche lo sguardo della Sanguinetti sul mondo e sugli eventi è cambiato ed anche la storia di Guillermina e Belinda si sta arricchendo di nuovi capitoli.

La fotografa argentina sta infatti lavorando al momento su una serie di filmati girati a Guillermina e Belinda negli stessi anni in cui vennero prodotte le foto della mostra, che potrebbero diventare dei supporti filmici, introducendo una   differente narrazione del reportage, un altro punto di vista sulla storia già raccontata. Nello stesso tempo, così come nella serie di foto oggetto della mostra, vengono messe in evidenza  l’evolversi del concetto di femminilità delle due protagoniste, Sanguinetti col suo recentissimo lavoro,  sta mettendo in campo una nuova immagine delle due donne. Vogue Italia celebra infatti il racconto di Guille e Belinda con un servizio in cui le due muse appaiono oggi, ritratte da Alessandra Sanguinetti in abiti glamour, lontane anni luce dalla naturalità selvaggia delle fotografie di un tempo. Le immagini sono ora colorate ed accattivanti, le due protagoniste guardano ancora dritto in macchina senza incertezza. Il loro corpo assume pose fluide,  esattamente come lo erano in un contesto più minimale, quando erano più giovani. La vita che hanno vissuto, forgia le immagini attuali  di queste due donne, che pur affrontando nella loro esistenza un percorso pieno di eventi e di emozioni, non hanno perso il loro fascino e la loro forza estetica. La potenza delle immagini della Sanguinetti le dipinge nel momento presente.  Incarnando ruoli contemporanei, le due nuove amazzoni della vita degli anni duemila, portano avanti quel famoso storytelling di cui tanto si parla ai nostri giorni, perfettamente singolare e  cifra stilistica inconfondibile del lavoro della fotografa argentina. 

 

Fondation Henri Cartier-Bresson 

 

Alessandra Sanguinetti

Le Avventure di Guillermina e Belinda

a cura di: 

Clément Chéroux, Direttore, Fondation Henri Cartier-Bresson

Pierre Leyrat, curatore, Fondation Henri Cartier-Bresson

30 Gennaio 2024 – 19 Maggio 2024

Le gemelle diverse: il racconto per immagini delle avventure di Guillermina e Belinda

 

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Bercy 12° Arrondissement Paris The place where talent and effort coexist

 

 

 

Bercy – 12° Arrondissement Paris – The place where talent and effort coexist

 

The motto “ Success is 10 % inspiration and 90% perspiration”, attributed to inventor Thomas Edison could be the ideal subtitle for the exhibition I am about to tell you. In her “Bercy Street workout, Photographies 2020-2023”, Marine Peixoto, class 1984, presents the life journey of the Parisian youth in Bercy, where the 12th-arrondissement youngsters gather to play sports in a public park. 

The habit of sharing outdoor spaces is not a new trend, especially if the activity takes place in disadvantaged neighborhoods where there are very few alternatives to the street. In this case, however, there are some particular elements to highlight. The public workout park in Bercy is a place where one can perform sports activities outdoors for free. Among the men who train there is Medhy, a young event planner who coordinates various initiatives there and who proposed Marine Peixoto to photograph the people who train there. The photos that Marine took for three years and more than 1.000 days, acquire the sense of serial and complete documentation of the sporting activity, but also slices of the protagonists’ lives. Chatting with communication assistant Chiara Serena Froldi of Le Bal Museum, sipping a hot coffee, served to us by the friendly Aurélie, we agree that the exhibition was also a form of exercise for Peixoto. Just as routine, repetition of movements and continuous exercise allow athletes to perform perfect sit-ups, so too does photographic practice executed daily and with a commitment to achieve the same goal with images. In this sense, the daily practice of art and sport not only allows one to achieve unexpected goals, occupying the present without renouncing who one is; but looking at the physical effort made by the athletes brings us back to our initial consideration of talent and effort required to achieve adequate results.

Marine’s photos are all in black and white, with intense hues reminiscent of Dave Heath’s portraits. The thread of the story also calls to mind the work of Alex Majoli, a Magnum Agency photographer, now one of the founders of the Cesura collective, whose images, like Peixoto’s, are the photojournalistic effigy of the present. More than 200 shots portray the Bercy boys during their training sessions, but also in their convivial and intimate moments, at home, preparing meals. The faces are clean-shaven and look straight at the camera, proud of their bodies and scars, sometimes blatantly displayed and photographed. One cannot help but empathize with these young boys for their physical achievements, just as one cannot help but consider the repeated and continuous effort made by Marine over the three years of her work to always be there, enduring this relentlessly tiring practice, just as it is to perform 500 push-ups for athletes in Bercy Park.

The photojournalistic function of Marine’s work is, in my opinion, truly remarkable. The living conditions of young Parisians in recent years are not at all positive. After a youth unemployment rate of 25% to 40% in 2012, (the latter figure referring to banlieues), highlighted by former President Francois Hollande in an interview with ‘Le Nouvel Obs’ at the end of March, French politicians made efforts to try to lower this rate in the following years. Today, Macron’s government aims to reach 5% youth unemployment in 2027. Despite this, the type of jobs that young people hold always have a connotation of precariousness, with low wages that also prevent them from being able to eat enough. Therefore, the unemployment rate is closely linked to the level of precariousness and poverty to the extent that young people increasingly turn to food aid centers and are behind in paying their rent. Against this backdrop, it is extremely complicated to even think of practicing sports in expensive gyms well-heated in the winter and refrigerated in the summer. There are no economic means to do so. 

Looking back to the past, life for young people has never been easy. The series of images in which Rocky Balboa, after a period of sporting and family difficulties, resumes training in an icy Philadelphia morning, running up the stairs of the Philadelphia Museum of Art, with background music that shakes the soul, is indelibly imprinted in the minds of film audiences. Everyone empathized with the man who had faced many financial hardships to find redemption through boxing, one of the toughest sports. In classic film iconography, Rocky represents the man who was able to break through the glass ceiling of an indifferent American society with his fists. Similarly, the boys of Bercy, by engaging in calisthenics, are inspired by the concept of caring for the body and nourishing the self, regardless of social conditions of origin, in a strongly revolutionary and peaceful act, on the backdrop of the terrorist events that have struck France in the past. The practice of this sporting discipline, which has seen famous American forerunners for years in the USA, such as the YouTuber Hannibal for King, now arrives in France with interesting sociological implications.

Ten years ago, when the first calisthenic videos were already present on the web, it was more common in Paris to see hordes of Sunday joggers roaming around the city, from Malakoff to Boulevard Wilson, in an utterly Parisian rendition of sport performed in Arc’teryx vests. Now that homologation has also hit the French capital in many areas, among which clothing, with “friperies” scattered everywhere, bicycle lanes, and the obsession for organic food and cosmetics, the research of social redemption of the Bercy youth is also inspired by the path of other countries where integration, although more archaic, still finds serious difficulties in being fully realized.

Publishing on Frames Magazine

FOOD FOR THOUGHT: “Bercy – 12° Arrondissement Paris – The place where talent and effort coexist”, by Silvia Ionna

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BOTTO&BRUNO

ORIZZONTE PERDUTO Testi di Carola Allemandi

Simondi Gallery

Orizzonte perduto

“È da una crisi dello sguardo che la ricerca più recente degli artisti Botto&Bruno ha iniziato a diramarsi, dal non sentirlo più adeguato per raccontare la contemporaneità: per dire il proprio mondo, infatti, i soli elementi che lo formano possono risultare insufficienti, rendendo obbligatorio volgersi altrove, addirittura indietro.
Da qui la spinta a interrogare gli artisti della tradizione, quasi fossero degli avi familiari, per comprendere il messaggio che si cela nel paesaggio odierno: il wallpaper che racchiude l’Orizzonte perduto di Botto&Bruno (il titolo è tratto dall’omonimo film di Frank Capra del 1937), è una veduta derivata dal collage di paesaggi ormai scomparsi, e già a loro volta visti e interpretati da altri sguardi. Sono i dettagli che si trovano sullo sfondo delle opere dei maestri europei della visione – dai dipinti di Nicolas Poussin, Andrea del Sarto, Giovanni Bellini, Piero di Cosimo, alle incisioni di Piranesi – e portati ora in primo piano a raccontare un mondo che ancora ci parla.
Col filtro del proprio sguardo contemporaneo, attraverso il collage Botto&Bruno compongono un nuovo oggi in cui doversi orientare, finalmente lontano dai lasciti di una civiltà ridotta a particolari infinitesimali. Il contrasto-dialogo fra centro e periferia urbana, tema cardine della ricerca del duo artistico torinese, lascia spazio a un discorso in cui l’urbanità tutta risulta privata di un ruolo effettivo, mentre la durezza naturale della roccia e del paesaggio non addomesticato prende possesso quasi dell’intero panorama, lasciando l’uomo senza orientamento, né punti fermi in cui poter trovare l’accoglienza del mondo che ha lasciato dietro di sé”

Carola Allemandi

https://simondi.gallery/it/exhibits/137-orizzonte-perduto

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Books

CONSERVARE IL FUTURO

Il difficile equilibrio tra le opere contemporanee ed i luoghi ricchi di storia nell’ultimo libro di Chiara Bertola

 

La Fondazione Querini Stampalia è un luogo magico in cui Chiara Bertola ha vissuto intensamente per circa un ventennio, nella realizzazione del progetto curatoriale  “Conservare il futuro”, volto a connettere gli spazi del museo con le  opere site specific e di provenienza differente qui esposte negli anni della sua permanenza a Venezia. La collocazione di opere contemporanee in un palazzo del XVI° secolo, che ha avuto interventi di Valeriano Pastor, Mario Botta, Michele De Lucchi, non è stata semplice ed ha contemplato quello che ogni curatore dovrebbe realizzare, ma che non sempre, soprattutto nell’epoca attuale di grande egocentrismo curatoriale, si riesce invece a mettere in atto.

“La difficoltà del mio lavoro è stata quella di trovare un equilibrio” scrive Chiara Bertola nel libro, ma in realtà le molteplici sfide che ha dovuto affrontare per giungere ad un risultato più che riuscito, sono state tutte illuminate dal tenere ben a mente come l’Italia sia nel contempo un luogo ricco di storia in cui il passato dialoga con il presente. Questo stretto binomio che aderisce perfettamente ai luoghi della Fondazione Querini, ha fatto sì che “Conservare il futuro”, mettesse in atto l’ossimoro insito nel nome del progetto, secondo cui l’istituzione aveva il compito di conservare un’eredità, che tramite lo sguardo degli artisti potesse essere traghettata verso il futuro.

L’articolo completo è stato pubblicato qui:

“Conservare il futuro”: il difficile equilibrio tra passato e presente nel libro di Chiara Bertola

 

 

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Travel

Passeio Alegre Porto

“O carro elèctrico” di Porto ha la linea 1 e la linea 18 che fanno entrambe capolinea al Passeio Alegre dove il fiume Douro incontra l’oceano Atlantico. Il viaggio AR costa 7 euro. Ci si può andare anche in macchina ma chi guida, come fa a guardare il paesaggio?

 

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Blogs

ALL YOU CAN HIT

ALL YOU CAN HIT, mostra personale di Silvia Levenson a cura di Margaret Sgarra, vuole creare un parallelismo tra l’idea di luogo di ristoro che mette a disposizione dell’altro un menù senza restrizioni di quantità di cibo e le innumerevoli azioni violente verbali e fisiche che si consumano ogni giorno nelle cucine di casa. Il progetto espositivo, realizzato in maniera site-specific per lo spazio di DR Fake Cabinet, vuole essere un’indagine sugli intrecci che si possono generare intorno a concetti contrapposti come: l’amore e la violenza, l’apparenza e la realtà, la protezione e la difesa.

ALL YOU CAN HIT     Silvia Levenson

a cura di Margaret Sgarra

DR Fake Cabinet

Via San Francesco da Paola 12/D

Torino
Info: dr.fake.cabinet@gmail.com

+39 338 167 29 86

+ 39 320 824 00 04

Dal martedì al sabato dalle 16 alle 19.30 e su appuntamento

Fino al 18 Maggio 2024

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Art

Yayoi Kusama in mostra a Bergamo

Fireflies on the Water è l’unica installazione dalle dimensioni di una stanza pensata per essere vista in solitudine, una persona alla volta, per 1 solo minuto. 

L’opera consiste in una stanza rivestita di specchi su tutti i lati; al centro c’è una pozza d’acqua, su cui sporge una piattaforma panoramica simile a un molo e 150 piccole luci appese al soffitto a mò di lucciole. 

Un po’ poco per un’artista come Yayoi Kusama.