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Le avventure di Guillermina e Belinda Alessandra Sanguinetti

 

Le gemelle diverse

Il racconto per  immagini delle avventure di Guillermina e Belinda.

 

Le foto appaiono vivide e colme di colori intensi, incorniciate da uno sfondo azzurro che amplifica la potenza delle immagini. La narrazione della vita delle protagoniste, scorre dinanzi ai nostri occhi, come in un film magnetico da cui non riusciamo a distogliere lo sguardo. Ogni foto evidenzia un aspetto originale di questo racconto, essenziale nelle ambientazioni, ma di una potenza incredibile. La maggiore intensità percepibile risiede nel fatto che pur essendo un reportage della fine del secolo scorso, la modernità del suo architrave è del tutto contemporanea.

Tale aspetto per non essendo  affatto scontato nella maggior parte del lavori fotografici di analogo taglio , costituisce invece  la caratteristica principale dell’attività di  Alessandra Sanguinetti, nota fotoreporter, appartenente all’Agenzia Magnum dal 2007, ed impegnata in un’attività di documentazione iconografica del presente.

Il focus della mostra “Les Aventures de Guille et Belinda” presente alla Fondation Henri Cartier – Bresson fino al 19 maggio 2024, rientra in questa visione del mondo della fotografa ed è incentrato nel  mettere a fuoco la vita di due amiche, che condividono gli spazi selvaggi di una fattoria in Argentina, documentando il passare del tempo sui loro volti e i loro corpi. 

Le due ragazze vengono ritratte in momenti della loro quotidianità, ma essendo il lavoro della Sanguinetti protrattosi per vari anni, spesso l’ambiente selvaggio e naturale viene arricchito da set studiati dalla fotografa, per darne movimento e spessore,  riuscendo a produrre immagini che strizzano l’occhio ad iconografie dell’arte classica. In “The Ophelias” 2002 , ad esempio,  Guillermina  e Belinda vengono ritratte galleggianti a pelo d’acqua, con vestiti che si abbinano alle sfumature dell’azzurro in cui sono immerse, tenendo in mano dei fiori di campo colorati. L’immagine, che ha un palese riferimento al quadro del pittore preraffaellita John Everett Millais, nel complesso rende il senso della fluttuazione essendo esteticamente armonica e potente, sebbene la messa in scena conferisca una dimensione assolutamente terrena allo scatto, rispetto a quella del  quadro. 

Guille e Belinda non sono estranee per la Sanguinetti, la quale,  pur essendo nata a New York, ha vissuto a lungo con la sua famiglia in un ranch in Argentina, molto simile a quello che descrive nelle sue fotografie. I giochi delle due muse, erano fin da bambine allietate dalla presenza di Alessandra, che in compagnia della sua macchina fotografica, condivideva l’amore per gli animali di Juana,  nonna delle due protagoniste ed immortalava senza sosta le sue nipoti e la loro fattoria . Fin da subito quindi la documentazione del vivere quotidiano, i sentimenti delle due cugine, ma anche il passare del tempo, la femminilità che cambia e la vita  che scorre con i suoi elementi caratteristici, sono state le spontanee tematiche approfondite della fotografa. Inizialmente con uno sguardo naif, perseguito successivamente  con maggior rigore, scegliendo di abbandonare l’iniziale carriera da antropologa, per frequentare l’Icp di New York e trasferirsi in seguito a San Francisco.   Le foto della mostra si susseguono  in una cronologia cromatica dai toni intensi. Le ambientazioni esprimono prepotentemente il loro ruolo, illustrando una pampas rigogliosa e impervia che ingloba ed accoglie i giochi delle due ragazzine. Il focus del lavoro della Sanguinetti è però ontologicamente più complesso e profondo, se lo si osserva con attenzione. Innanzitutto la terra di Argentina conosciuta nell’immaginario comune per il suo territorio selvaggio, per le immense distese sconfinate, per i gauchos e la loro vita da rancheri, non era mai stata legata all’immagine femminile. In questo caso invece Guille e Belinda rappresentano l’altra faccia della stessa medaglia. I loro giochi semplici, avvengono proprio nello stesso ambiente che era sempre stato attribuito all’ appannaggio maschile, certe volte scimmiottando anche il machismo tipico, decostruendone l’archetipo. Nel complesso il lavoro della Sanguinetti evoca alla memoria le foto di famiglia di coloro che cresciuti nelle stesse epoche o magari qualche anno prima, hanno vissuto in un ambiente naturale e privo di stimoli sofisticati, in cui il rapporto immediato con gli animali, il travestirsi con gli abiti dei grandi, i gioco di ruolo o semplicemente il bagno in un ruscello incontaminato, era all’ordine del giorno, espressione del divertimento puro. In quest’ottica innovativa e moderna, anche il corpo delle due ragazze ed il loro cambiamento attraverso le epoche, assume una notevole rilevanza. Non è secondario osservare come in un’epoca, assolutamente lontana dal body positivity e dalle campagne moderne volte all’accettazione dei corpi, non sempre conformi al giudizio comune, l’effigie delle due cugine, esteticamente  molto diverse tra loro, non solo non appare fuori contesto, ma sembra assolutamente fisiologica all’ambiente e al racconto delle immagini, consentendo alla fisicità di assumere quella forma che spesso ha perso nelle foto patinate a cui siamo abituati. La spontaneità delle protagoniste buca lo schermo, la loro sicurezza e gioia si diffonde in noi, guardandole prive di condizionamenti esterni, anche quando i loro corpi affrontano i cambiamenti di ogni donna, come la gravidanza o la maternità, vissuti talvolta in maniera controversa nell’epoca contemporanea. Col passare del tempo anche lo sguardo della Sanguinetti sul mondo e sugli eventi è cambiato ed anche la storia di Guillermina e Belinda si sta arricchendo di nuovi capitoli.

La fotografa argentina sta infatti lavorando al momento su una serie di filmati girati a Guillermina e Belinda negli stessi anni in cui vennero prodotte le foto della mostra, che potrebbero diventare dei supporti filmici, introducendo una   differente narrazione del reportage, un altro punto di vista sulla storia già raccontata. Nello stesso tempo, così come nella serie di foto oggetto della mostra, vengono messe in evidenza  l’evolversi del concetto di femminilità delle due protagoniste, Sanguinetti col suo recentissimo lavoro,  sta mettendo in campo una nuova immagine delle due donne. Vogue Italia celebra infatti il racconto di Guille e Belinda con un servizio in cui le due muse appaiono oggi, ritratte da Alessandra Sanguinetti in abiti glamour, lontane anni luce dalla naturalità selvaggia delle fotografie di un tempo. Le immagini sono ora colorate ed accattivanti, le due protagoniste guardano ancora dritto in macchina senza incertezza. Il loro corpo assume pose fluide,  esattamente come lo erano in un contesto più minimale, quando erano più giovani. La vita che hanno vissuto, forgia le immagini attuali  di queste due donne, che pur affrontando nella loro esistenza un percorso pieno di eventi e di emozioni, non hanno perso il loro fascino e la loro forza estetica. La potenza delle immagini della Sanguinetti le dipinge nel momento presente.  Incarnando ruoli contemporanei, le due nuove amazzoni della vita degli anni duemila, portano avanti quel famoso storytelling di cui tanto si parla ai nostri giorni, perfettamente singolare e  cifra stilistica inconfondibile del lavoro della fotografa argentina. 

 

Fondation Henri Cartier-Bresson 

 

Alessandra Sanguinetti

Le Avventure di Guillermina e Belinda

a cura di: 

Clément Chéroux, Direttore, Fondation Henri Cartier-Bresson

Pierre Leyrat, curatore, Fondation Henri Cartier-Bresson

30 Gennaio 2024 – 19 Maggio 2024

Le gemelle diverse: il racconto per immagini delle avventure di Guillermina e Belinda

 

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Bercy 12° Arrondissement Paris The place where talent and effort coexist

 

 

 

Bercy – 12° Arrondissement Paris – The place where talent and effort coexist

 

The motto “ Success is 10 % inspiration and 90% perspiration”, attributed to inventor Thomas Edison could be the ideal subtitle for the exhibition I am about to tell you. In her “Bercy Street workout, Photographies 2020-2023”, Marine Peixoto, class 1984, presents the life journey of the Parisian youth in Bercy, where the 12th-arrondissement youngsters gather to play sports in a public park. 

The habit of sharing outdoor spaces is not a new trend, especially if the activity takes place in disadvantaged neighborhoods where there are very few alternatives to the street. In this case, however, there are some particular elements to highlight. The public workout park in Bercy is a place where one can perform sports activities outdoors for free. Among the men who train there is Medhy, a young event planner who coordinates various initiatives there and who proposed Marine Peixoto to photograph the people who train there. The photos that Marine took for three years and more than 1.000 days, acquire the sense of serial and complete documentation of the sporting activity, but also slices of the protagonists’ lives. Chatting with communication assistant Chiara Serena Froldi of Le Bal Museum, sipping a hot coffee, served to us by the friendly Aurélie, we agree that the exhibition was also a form of exercise for Peixoto. Just as routine, repetition of movements and continuous exercise allow athletes to perform perfect sit-ups, so too does photographic practice executed daily and with a commitment to achieve the same goal with images. In this sense, the daily practice of art and sport not only allows one to achieve unexpected goals, occupying the present without renouncing who one is; but looking at the physical effort made by the athletes brings us back to our initial consideration of talent and effort required to achieve adequate results.

Marine’s photos are all in black and white, with intense hues reminiscent of Dave Heath’s portraits. The thread of the story also calls to mind the work of Alex Majoli, a Magnum Agency photographer, now one of the founders of the Cesura collective, whose images, like Peixoto’s, are the photojournalistic effigy of the present. More than 200 shots portray the Bercy boys during their training sessions, but also in their convivial and intimate moments, at home, preparing meals. The faces are clean-shaven and look straight at the camera, proud of their bodies and scars, sometimes blatantly displayed and photographed. One cannot help but empathize with these young boys for their physical achievements, just as one cannot help but consider the repeated and continuous effort made by Marine over the three years of her work to always be there, enduring this relentlessly tiring practice, just as it is to perform 500 push-ups for athletes in Bercy Park.

The photojournalistic function of Marine’s work is, in my opinion, truly remarkable. The living conditions of young Parisians in recent years are not at all positive. After a youth unemployment rate of 25% to 40% in 2012, (the latter figure referring to banlieues), highlighted by former President Francois Hollande in an interview with ‘Le Nouvel Obs’ at the end of March, French politicians made efforts to try to lower this rate in the following years. Today, Macron’s government aims to reach 5% youth unemployment in 2027. Despite this, the type of jobs that young people hold always have a connotation of precariousness, with low wages that also prevent them from being able to eat enough. Therefore, the unemployment rate is closely linked to the level of precariousness and poverty to the extent that young people increasingly turn to food aid centers and are behind in paying their rent. Against this backdrop, it is extremely complicated to even think of practicing sports in expensive gyms well-heated in the winter and refrigerated in the summer. There are no economic means to do so. 

Looking back to the past, life for young people has never been easy. The series of images in which Rocky Balboa, after a period of sporting and family difficulties, resumes training in an icy Philadelphia morning, running up the stairs of the Philadelphia Museum of Art, with background music that shakes the soul, is indelibly imprinted in the minds of film audiences. Everyone empathized with the man who had faced many financial hardships to find redemption through boxing, one of the toughest sports. In classic film iconography, Rocky represents the man who was able to break through the glass ceiling of an indifferent American society with his fists. Similarly, the boys of Bercy, by engaging in calisthenics, are inspired by the concept of caring for the body and nourishing the self, regardless of social conditions of origin, in a strongly revolutionary and peaceful act, on the backdrop of the terrorist events that have struck France in the past. The practice of this sporting discipline, which has seen famous American forerunners for years in the USA, such as the YouTuber Hannibal for King, now arrives in France with interesting sociological implications.

Ten years ago, when the first calisthenic videos were already present on the web, it was more common in Paris to see hordes of Sunday joggers roaming around the city, from Malakoff to Boulevard Wilson, in an utterly Parisian rendition of sport performed in Arc’teryx vests. Now that homologation has also hit the French capital in many areas, among which clothing, with “friperies” scattered everywhere, bicycle lanes, and the obsession for organic food and cosmetics, the research of social redemption of the Bercy youth is also inspired by the path of other countries where integration, although more archaic, still finds serious difficulties in being fully realized.

Publishing on Frames Magazine

FOOD FOR THOUGHT: “Bercy – 12° Arrondissement Paris – The place where talent and effort coexist”, by Silvia Ionna

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Art

BOTTO&BRUNO

ORIZZONTE PERDUTO Testi di Carola Allemandi

Simondi Gallery

Orizzonte perduto

“È da una crisi dello sguardo che la ricerca più recente degli artisti Botto&Bruno ha iniziato a diramarsi, dal non sentirlo più adeguato per raccontare la contemporaneità: per dire il proprio mondo, infatti, i soli elementi che lo formano possono risultare insufficienti, rendendo obbligatorio volgersi altrove, addirittura indietro.
Da qui la spinta a interrogare gli artisti della tradizione, quasi fossero degli avi familiari, per comprendere il messaggio che si cela nel paesaggio odierno: il wallpaper che racchiude l’Orizzonte perduto di Botto&Bruno (il titolo è tratto dall’omonimo film di Frank Capra del 1937), è una veduta derivata dal collage di paesaggi ormai scomparsi, e già a loro volta visti e interpretati da altri sguardi. Sono i dettagli che si trovano sullo sfondo delle opere dei maestri europei della visione – dai dipinti di Nicolas Poussin, Andrea del Sarto, Giovanni Bellini, Piero di Cosimo, alle incisioni di Piranesi – e portati ora in primo piano a raccontare un mondo che ancora ci parla.
Col filtro del proprio sguardo contemporaneo, attraverso il collage Botto&Bruno compongono un nuovo oggi in cui doversi orientare, finalmente lontano dai lasciti di una civiltà ridotta a particolari infinitesimali. Il contrasto-dialogo fra centro e periferia urbana, tema cardine della ricerca del duo artistico torinese, lascia spazio a un discorso in cui l’urbanità tutta risulta privata di un ruolo effettivo, mentre la durezza naturale della roccia e del paesaggio non addomesticato prende possesso quasi dell’intero panorama, lasciando l’uomo senza orientamento, né punti fermi in cui poter trovare l’accoglienza del mondo che ha lasciato dietro di sé”

Carola Allemandi

https://simondi.gallery/it/exhibits/137-orizzonte-perduto

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Books

CONSERVARE IL FUTURO

Il difficile equilibrio tra le opere contemporanee ed i luoghi ricchi di storia nell’ultimo libro di Chiara Bertola

 

La Fondazione Querini Stampalia è un luogo magico in cui Chiara Bertola ha vissuto intensamente per circa un ventennio, nella realizzazione del progetto curatoriale  “Conservare il futuro”, volto a connettere gli spazi del museo con le  opere site specific e di provenienza differente qui esposte negli anni della sua permanenza a Venezia. La collocazione di opere contemporanee in un palazzo del XVI° secolo, che ha avuto interventi di Valeriano Pastor, Mario Botta, Michele De Lucchi, non è stata semplice ed ha contemplato quello che ogni curatore dovrebbe realizzare, ma che non sempre, soprattutto nell’epoca attuale di grande egocentrismo curatoriale, si riesce invece a mettere in atto.

“La difficoltà del mio lavoro è stata quella di trovare un equilibrio” scrive Chiara Bertola nel libro, ma in realtà le molteplici sfide che ha dovuto affrontare per giungere ad un risultato più che riuscito, sono state tutte illuminate dal tenere ben a mente come l’Italia sia nel contempo un luogo ricco di storia in cui il passato dialoga con il presente. Questo stretto binomio che aderisce perfettamente ai luoghi della Fondazione Querini, ha fatto sì che “Conservare il futuro”, mettesse in atto l’ossimoro insito nel nome del progetto, secondo cui l’istituzione aveva il compito di conservare un’eredità, che tramite lo sguardo degli artisti potesse essere traghettata verso il futuro.

L’articolo completo è stato pubblicato qui:

“Conservare il futuro”: il difficile equilibrio tra passato e presente nel libro di Chiara Bertola

 

 

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Travel

Passeio Alegre Porto

“O carro elèctrico” di Porto ha la linea 1 e la linea 18 che fanno entrambe capolinea al Passeio Alegre dove il fiume Douro incontra l’oceano Atlantico. Il viaggio AR costa 7 euro. Ci si può andare anche in macchina ma chi guida, come fa a guardare il paesaggio?

 

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ALL YOU CAN HIT

ALL YOU CAN HIT, mostra personale di Silvia Levenson a cura di Margaret Sgarra, vuole creare un parallelismo tra l’idea di luogo di ristoro che mette a disposizione dell’altro un menù senza restrizioni di quantità di cibo e le innumerevoli azioni violente verbali e fisiche che si consumano ogni giorno nelle cucine di casa. Il progetto espositivo, realizzato in maniera site-specific per lo spazio di DR Fake Cabinet, vuole essere un’indagine sugli intrecci che si possono generare intorno a concetti contrapposti come: l’amore e la violenza, l’apparenza e la realtà, la protezione e la difesa.

ALL YOU CAN HIT     Silvia Levenson

a cura di Margaret Sgarra

DR Fake Cabinet

Via San Francesco da Paola 12/D

Torino
Info: dr.fake.cabinet@gmail.com

+39 338 167 29 86

+ 39 320 824 00 04

Dal martedì al sabato dalle 16 alle 19.30 e su appuntamento

Fino al 18 Maggio 2024

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Yayoi Kusama in mostra a Bergamo

Fireflies on the Water è l’unica installazione dalle dimensioni di una stanza pensata per essere vista in solitudine, una persona alla volta, per 1 solo minuto. 

L’opera consiste in una stanza rivestita di specchi su tutti i lati; al centro c’è una pozza d’acqua, su cui sporge una piattaforma panoramica simile a un molo e 150 piccole luci appese al soffitto a mò di lucciole. 

Un po’ poco per un’artista come Yayoi Kusama.

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Art

I colori intensi dei sentimenti nell’arte astratta di Mark Rothko

Talvolta gli artisti, durante il processo di creazione dell’opera  d’arte, vengono ispirati da intuizioni intelligibili mentre in altri casi i quadri rappresentano solo quello che sembrano. Nel caso delle opere di Mark Rothko, in qualunque epoca le si prenda in esame, esse celano sempre un significato profondo, benché l’autore si sia sottratto a qualunque interpretazione nascosta. “Egli voleva semplicemente che il visitatore guardasse, che  fosse presente, di fronte all’opera”, così descrive il sentire di Mark Rothko, suo figlio Christopher, psicologo e scrittore, relativamente allo stato d’animo del padre durante il processo creativo. Una fase artistica lunga e combattuta che viene delineata a tutto tondo dalla straordinaria mostra curata da Suzanne Pagé, attualmente  presente alla Fondation Louis Vuitton di Parigi fino al 2 aprile 2024,  dal minimale titolo “Mark Rothko”. Le opere dell’artista, collocabili temporalmente nella fase iniziale della sua carriera,  erano acquerelli dalle figure allungate, tenui e sbiaditi che tanto richiamavano alla mente le sculture di Giacometti. L’evidente  connubio tra le forme dei due artisti viene sottolineato anche nel percorso espositivo, esponendo le opere di Giacometti, che  Rothko stesso aveva immaginato di presentare, nell’ambito di un allestimento che avrebbe dovuto effettuare per il nuovo padiglione parigino dell’Unesco. Le statue dialogano con i quadri più scuri e tetri dell’opera dell’artista, quelli che una sommaria ricostruzione biografica riconduce ai periodi più bui della vita di Rothko, ma che a ben guardare rappresentano anche, a prescindere dallo stato d’animo combattuto e tumultuoso del pittore in quel periodo, l’evoluzione narrativa della ricerca da egli compiuta fin dall’inizio. In definitiva Rothko fu sempre un combattente ed un contestatore, un uomo dall’intelligenza vivace dimostrata fin dai suoi studi a Yale, capace di rinunciare ad una carriera precostituita e di cercare la sua strada. Un pittore tormentato che non si nascondeva e affrontava le ingiustizie di cui era vittima, facendo sentire la sua voce. Così avvenne quando decise di lasciare il sindacato, di cui faceva attivamente parte, per aderire al movimento No Blackout Art, secondo il quale la guerra al Nazismo doveva essere combattuta da ciascuno, con l’obbligo sociale di lottare per la propria libertà. Risulta ineludibile in questa fase non mettere in evidenza quanto il fatto che egli fosse stato figlio di immigrati russi di origini ebree, lo abbia sempre e per tutta la vita legato alla Shoah, quanto tutte le riflessioni che egli possa aver compiuto in quell’America, così apparentemente ospitale e piena di possibilità per gli artisti anche stranieri, in realtà stimolavano una resistenza, neanche troppo celata, alle correnti pittoriche più eteree e lontane dai suoi riferimenti culturali. Proprio in quell’America che gli aveva permesso di iniziare la sua carriera partecipando  al progetto Federal Art Project con il quale si sovvenzionavano in pieno New Deal gli artisti emergenti, permettendo loro di sperimentare la loro arte innovativa, l’antisemitismo dilagava e per evitare di essere etichettato come parte di quella cultura ebraica invisa in quel momento, Mark Rothkovich decise di cambiare il proprio cognome in  Rothko, come moltissimi immigrati della sua generazione. La ribellione fu pertanto ostacolata dalla voglia di affermazione ed il fatto di essere entrato a far parte de “Gli irascibili” in quella memorabile foto in cui appare con lo sguardo sghembo e laterale rispetto all’obiettivo, guardando di traverso la macchina fotografica, denota come si sentisse marginale in quel gruppo .   Nella prima parte della sua ricerca artistica,  i suoi riferimenti pittorici furono rivolti ai Surrealisti quali Ernst, De Chirico, Mirò, ispirando le Subway Series, una serie di quadri che prendendo spunto dalla metropolitana di New York, delineavano  figure sottili e volti inquietanti. L’evoluzione successiva e fisiologica, figlia del cambiamento storico,  del clima di perdita di valori e del dilagare della guerra, lo fa aderire ai  Myth Makers una corrente pittorica ispirata dai miti greci ed alla cultura primitiva la cui partecipazione condivide con personaggi come Pollock o Gottlieb. Il riferimento alla pittura primitiva, soprattutto nella modalità di realizzazione dei colori, rimarrà la cifra di Rothko per tutta la sua carriera. L’utilizzo di pigmenti secchi a cui mescolava un gran numero di additivi, alcuni dei quali  restano ancora oscuri, il ripassare i colori dopo la fase dell’asciugatura  per attribuire lucentezza e spessore alla texture, resta il modus operandi caratteristico dell’artista. Nella parte finale della sua carriera i Multiformi, quadri suddivisi in due o tre colori intensi, a volte intervallati da colori neutri, che spezzano la nuance dominante, totalizzano i suoi lavori. L’uso delle tonalità cambia di netto, virando dai colori caldi come l’arancio e il rosso, al blu intenso, nero e poco bianco. 

Chi l’ha conosciuto profondamente, come il figlio Christopher,  ci esorta a stare lontano da interpretazioni cervellotiche inerenti la modalità di pittura ed il dissidio interiore che l’artista viveva fino al culmine tragico del suo suicidio. L’unico scopo di Rothko era quello di permettere allo spettatore   di ripercorrere un’esperienza, che egli stesso provava nel dipingere, comunicando il suo stato d’animo attraverso i colori. 

Guardando i suoi quadri, seppur influenzati ugualmente da quello che è stato il suo percorso umano e professionale,  non si può non ammettere che egli abbia realizzato il suo intento.

 

Mark Rothko

dal 18 Ottobre 2023 al 2 Aprile 2024

Fondation Louis Vuitton Paris

Curatori

Suzanne Pagé et Christopher Rothko con François Michaud e
Ludovic Delalande, Claudia Buizza, Magdalena Gemra, Cordélia de Brosses.

Pubblicato il 09/2/2024 qui:

I colori intensi dei sentimenti umani nell’arte astratta di Mark Rothko

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Le Superforme di Thomas Bayrle

 

Nel 1970 Thomas Bayrle, artista tedesco di lunghissima fama, la cui opera si è sempre ispirata a concetti fondanti, seppur critici, dei processi produttivi consumistici, diede alla luce l’opera American Dream ( Chrysler), un grande wallpaper che riproduce ossessivamente il logo pentastellato della celebre marca, trasformandolo in icona del progresso capitalista e della produzione industriale. L’artista era però ignaro del fatto che anni dopo (2014) il gruppo Fiat avrebbe acquisito la Chrysler, unificando quindi in un tutt’uno i simboli capitalistici ed automobilistici oggetto di tutta la sua ricerca, ed era altrettanto inconsapevole che questa immaginifica opera, smaccatamente Pop Art, avrebbe aperto la mostra a lui dedicata proprio al Lingotto, antica sede della Fiat ed ora della Pinacoteca Agnelli. 

Articolo completo qui:

Le infinite strade del consumismo: le Superforme di Thomas Bayrle tra artigianalità e Pop Art

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Laurie Anderson

 

Definire Laurie Anderson con un solo aggettivo risulta fortemente riduttivo ed infatti la mostra che celebra la sua attività ultra trentennale al Modena Museet di Stoccolma nel tentativo ben riuscito, nonostante l’opera in questione sia notevole.  Avanguardista performer in ambito artistico e musicale la Anderson ha collaborato con personaggi della caratura di Sol LeWitt, Gordon Matta-Clark, John Cage, Brian Eno, William Borroughs sposando Lou Reed, di cui ne è stata la compagna fino alla fine della sua vita. La sua opera spazia dalle performance che uniscono il lato artistico a quello musicale, ad installazioni che dialogano con la parola per sensibilizzare il pubblico su concetti particolarmente delicati come i diritti umani o l’inquinamento. La sua attività artistica risulta all’avanguardia e predittiva essendo stata in grado di precorrere i tempi ed utilizzare una tecnologia ante litteram, oggi molto diffusa con applicazioni come Chat gpt, ma che nel passato rappresentavano la vera fantascienza.